Prodotti tipici

Le zeppole dell’Immacolata

Quando l’aria diventa più fredda, e sciarpa e cappello iniziano ad accompagnare le nostre giornate, c’è un profumo che invade i nostri ricordi e il nostro cuore, il profumo del Natale.

Ormai con l’arrivo di Dicembre l’attesa natalizia si intensifica e in tutte le vetrine delle pasticcerie, la visione di dolci bontà tipiche del Natale, inizia a diventare sempre maggiore. Facendo un passo alla volta però, una festa da noi molto celebrata e sentita e che precede l’attesissimo Natale, è quella dell’8 Dicembre, la festa dell’Immacolata, in cui tutti oltre che godersi un giorno di

festa senza lavoro, ne approfittano anche per qualche assaggio in anticipo a quello che sarà poi il vero e proprio menù natalizio.

A Castellamare di stabia, la festa dell’8 Dicembre, è particolarmente sentita, tanto da essere celebrata in modo pomposo tra festeggiamenti religiosi e non solo, fatti di riti e tradizioni che si ripetono ogni anno e che immancabilmente trovano spazio anche in quella che è una delle massime espressioni d’arte della nostra terra, la cucina.

 

Il biscotto di Castellammare è un caratteristico biscotto semidolce tipico dell’arte pasticcera stabiese, a lievitazione naturale e a forma di sigaro, inventato nel 1848 dalla “Casa produttrice Riccardi”, apprezzato per fragranza ed inconfondibile sapore. Bisogna precisare che esistono diverse ricette per la creazione di questa specialità, anche perché colei che rese famoso questo biscotto alla sua morte non rivelò a nessuno la ricetta.  Si tramanda, infatti, che alla fine della lavorazione Donna Concetta usasse allontanare tutti gli operai per aggiungere l’ingrediente “segreto” dei biscotti, segreto che, ad esclusione del nipote, non volle confidare a nessuno e che le valse la morte per avvelenamento.
Favorito anche dalla vicinanza delle Antiche Terme, i biscotti di Castellammare da sempre si associano alle sorgenti nostrane (della Madonna, Acetosella etc.) tanto che ancora oggi, per considerarsi tale, il vero biscotto non deve mai sbriciolarsi se imbevuto.

 

Il Vino Di Castellammare Di Stabia

Lacryma Christi

Il Lacryma Christi veniva prodotto negli antichi tempi da certi monaci, il cui convento sorgeva sulle pendici del Vesuvio. Sembra che più tardi i Padri Gesuiti, padroni di vaste terre in quelle località, fossero quasi esclusivi produttori e detentori di questo prezioso vino.
Per quanto siano radicate le tradizioni del Lacryma Christi, l’istituzione della DOC è piuttosto recente e risa
le al 1983.

 

 

Lacryma Christi DOC

Il Lacryma Christi è il vino prodotto con le uve auctone del Vesuvio, conosciuto già ai tempi degli antichi Romani. Le prime testimonianze della coltivazione dell’uva sul Vesuvio risalgono, infatti, al V secolo a.C.

I vigneti e il terreno

I vitigni che si arrampicano sulle falde del Vesuvio discendono direttamente dagli Aminei della Tessaglia, portati qui dai Greci che nel V secolo a.C. arrivarono in queste terre.

Le radici affondano nel terreno lavico, scuro e poroso. Questo terreno non necessita di essere innaffiato in quanto trattiene l’umidità per poi rilasciarla.

Le uve

Caprettone (o coda di volpe) per il Lacryma Christi Bianco.

Piedirosso (Per e Palumm) per il Lacryma Christi Rosato e Rosso.

Tra storia e leggenda

Il nome Lacryma Christi affonda le sue radici in leggende antiche. La più diffusa è quella che vuole che Lucifero, nella sua discesa agli inferi, abbia portato via con sè un pezzo di Paradiso. Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso rubato, pianse lacrime copiose e dalle sue lacrime nacquero i vigneti del Lacryma Christi. Secondo le testimonianze storiche la tradizione enologica del Vesuvio ha origine secoli prima di Cristo. Secondo Aristotele, infatti, i Tessali, antico popolo della Magna Grecia, impiantarono le prime viti sul Vesuviano nel V secolo a.C. Cinque secoli più avanti Marziale scrisse: “Bacco amò queste colline più delle native colline di Nisa”. Dopo l’avvento del Cristianesimo i monaci che qui vivevano nella “torre” continuarono la coltivazione del vino “greco”: il vino che grazie all’opera di contadini ha dato il nome alla città di Torre del Greco.

Acqua della Madonna

 

L’acqua è la principale risorsa e fonte di vita, divinizzata da greci e romani fin dai tempi antichi. In particolare la Campania è stata da sempre una regione in cui i popoli hanno instaurato un forte rapporto con le fonti sorgive proprio grazie alla grande diffusione delle stesse. Le sorgenti prendevano vita nelle sembianze di una divinità chiamata Mefitis, cioè “medietà”. Questo nome deriva dal fatto che l’acqua al momento in cui sgorga dalla terra si trova a metà tra il mondo solare e quello oscuro. Proviene dagli inferi, il luogo della morte, per dare vita e sollievo a tutti gli esseri viventi. Furono numerosi anche i santuarietti fontili, dedicati espressamente a Mefitis, costruiti tra il IV e il III secolo a. C. tra la Campania, la Calabria e la Lucania. Uno dei più importanti è situato nella Valle del fiume Ansanto, in provincia di Avellino, lì dove sono particolarmente diffuse sorgenti sulfuree.

Ma indubbiamente la zona in cui sono maggiormente sparse le sorgenti d’acqua è Castellammare di Stabia, la cosiddetta città delle acque. Questa località era già nota nel I secolo d. C. quando Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia scrisse di un’acqua particolarmente benefica, consigliata soprattutto per la cura della calcolosi. Era chiamata Media poiché la sorgente era situata in un luogo intermedio rispetto alle altre circostanti. Oltre all’acqua media, sono numerose le acque che sgorgano ancora oggi dal terreno stabiese: l’acqua acidula, indicata per facilitare la digestione; l’acqua ferrata, consigliata per coloro che soffrono di malattie debilitanti; le acque muraglione e solfurea che hanno un’azione purgativa; l’acqua magnesiaca, raccomandata per chi soffre di coliti spastiche; le acque stabia, san Vincenzo e pozzillo, che hanno un’azione lassativa. Alcune vengono anche imbottigliate e vendute come l’acqua della Madonna, che ha un’azione diuretica e dissolvente per i calcoli renali ed è naturalmente effervescente, limpida, incolore, inodore con un sapore leggermente acidulo.

Perché si chiama così?

Quest’acqua proviene da una sorgente scoperta nel 1841 nei pressi della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, situata nel centro storico, di proprietà della Congrega dei marinai. Il complesso religioso era stato costruito sui ruderi di una chiesa edificata nel 1580 in onore della Madonna di Porto Salvo appunto. Questa originaria costruzione era stata poi demolita circa duecento anni dopo per fare spazio ai cantieri navali di Castellammare di Stabia. Grazie alle sue proprietà l’acqua della Madonna mantiene le proprie caratteristiche organolettiche inalterate nel tempo, per questo motivo era utilizzata nel passato dai navigatori che si apprestavano a intraprendere lunghi viaggi prelevandola direttamente dalla fonte che si affacciava anche sul mare. Proprio a causa dell’uso che se ne faceva, fu chiamata anche acqua dei Naviganti.

Nel 2014

 i rubinetti dell’acqua della Madonna e di quella acidula sono stati chiusi per alcuni mesi a causa di numerosi segnalazioni riguardanti la presenza di residui inquinanti ritrovati nelle fontanine di via Duilio. In seguito ad analisi e interventi di manutenzione commissionati dal Comune alle tubature è stato nuovamente possibile usufruire di queste acque speciali tutt’oggi ritenute tra le più salutari al mondo.

Fonti: Vito Teti “Storia dell’acqua: mondi materiali e universi simbolici”, Roma, Donzelli Editore, 2003

Giovanna Bonifacio, Anna Maria Sodo, “Stabiae: storia e architettura”, Roma, “L’erma” di Bretschneider, 2002

Giorgio Temporelli, “Il bacino idrotermale di Castellamare di Stabia” in “Città e ambiente”, 2004